Il caldo non è uguale per tutti: quando la crisi climatica diventa disuguaglianza.

12 agosto 2026

Due persone possono vivere nella stessa città, a poche centinaia di metri di distanza, eppure affrontare la stessa ondata di calore in condizioni completamente diverse.

 

Una può abitare in una casa ben isolata, affacciata su una strada alberata, avere la possibilità di rinfrescare gli ambienti e spostarsi nelle ore meno calde. L’altra può vivere all’ultimo piano di un edificio che accumula calore durante tutto il giorno, in un quartiere con pochi alberi e molto asfalto, magari senza aria condizionata e senza qualcuno a cui chiedere aiuto.

 

Questo tema diventa ancora più urgente in un mondo che continua a scaldarsi: giugno 2026 è stato il secondo giugno più caldo mai registrato a livello globale e il più caldo di sempre nell’Europa occidentale. Non significa semplicemente avere qualche giornata estiva più calda: con il riscaldamento del clima aumenta anche la nostra esposizione a condizioni di caldo pericoloso, mentre le notti calde diventano più frequenti e le stagioni caratterizzate da stress termico si allungano.

 

Quando pensiamo alle persone più esposte agli effetti della crisi climatica, immaginiamo sempre qualcosa lontano da noi: eppure la vulnerabilità può trovarsi nello stesso palazzo in cui viviamo.

 

Può essere una persona anziana che vive sola, una persona con disabilità o con ridotta mobilità, una famiglia numerosa che vive in un appartamento piccolo e difficile da raffrescare oppure una persona che continua a lavorare all’aperto nelle ore più calde.

 

La vulnerabilità, quindi, non ha una sola causa. Nasce dall’incontro tra condizioni personali, sociali e ambientali e anche il quartiere in cui viviamo fa la differenza. Alberi, parchi e superfici permeabili contribuiscono a rendere più vivibili gli spazi urbani durante le giornate più calde. Al contrario, grandi superfici asfaltate, cemento ed edifici che accumulano calore possono contribuire al surriscaldamento degli ambienti urbani.

 

A mostrarci quanto il verde urbano possa essere distribuito in modo insufficiente è anche un’analisi condotta dal ricercatore Thami Croeser della RMIT University su oltre 5,5 milioni di edifici in 25 città europee: secondo lo studio, l’84% degli edifici analizzati non raggiunge la soglia del 30% di copertura arborea nelle immediate vicinanze. A Milano la percentuale arriva al 92%. Un dato che rende molto concreta una domanda: quanto conta il luogo in cui abitiamo quando dobbiamo affrontare temperature sempre più elevate?

 

Non è quindi sufficiente chiedersi quanto farà caldo domani, dovremmo iniziare a chiederci anche: chi avrà gli strumenti per proteggersi da quel caldo?

 

Rendere una città più fresca significa renderla più giusta: con più alberi e ombra, edifici più efficienti, meno superfici che accumulano calore, spazi pubblici accessibili e luoghi freschi in cui trovare riparo durante le ore più difficili non sono soltanto interventi ambientali. Sono anche strumenti di equità.

 

Parlare di adattamento significa parlare di giustizia sociale, ripensando le città affinché siano più verdi e vivibili, ma soprattutto capaci di proteggere chi ha meno possibilità di proteggersi da solo. La crisi climatica ci costringe così a porci una domanda che va oltre le temperature: che tipo di città vogliamo costruire mentre il clima cambia? Città nelle quali ognuno cerca individualmente un modo per difendersi dal caldo, oppure comunità capaci di riconoscere le vulnerabilità, anche quelle meno visibili, e di costruire insieme luoghi in cui nessuno venga lasciato indietro?

 

Forse la giustizia climatica comincia anche da qui: dal capire che la persona più esposta alla prossima ondata di calore potrebbe non essere lontana da noi.

 

Ma riconoscere queste disuguaglianze non basta, servono azioni concrete capaci di trasformare gli spazi in cui viviamo: riportare la natura nelle città, aumentare il verde e le zone d’ombra, recuperare e rigenerare aree urbane e creare luoghi più vivibili e accessibili.

 

È una direzione sulla quale Fondazione Lotus è già impegnata, anche nelle grandi città, con iniziative che mettono al centro la rigenerazione degli spazi e un nuovo rapporto tra persone, natura e territorio. Perché adattarsi alla crisi climatica non significa soltanto prepararci a temperature più alte: significa contribuire a costruire città capaci di prendersi cura di tutte e tutti.

 

Andrea Grieco

 

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