Un terreno coperto di asfalto può tornare a ospitare piante, un’area verde può essere recuperata, un suolo può ritrovare la capacità di accogliere acqua e sostenere la vita: è da trasformazioni come queste che passa il ripristino della natura, aiutando gli ambienti che abbiamo impoverito a recuperare le proprie funzioni.
Per farlo serve un percorso che tenga insieme conoscenze, risorse e scelte sul territorio e il “Piano nazionale di ripristino della natura” nasce con questo compito: definire come l’Italia raggiungerà gli obiettivi del Regolamento Europeo 2024/1991, intervenendo sugli ecosistemi terrestri, marini, agricoli, forestali e urbani.
Il traguardo comune è mettere in campo misure di ripristino su almeno il 20% delle superfici terrestri e il 20% di quelle marine dell’Unione europea entro il 2030, per arrivare a tutti gli ecosistemi che ne hanno bisogno entro il 2050. Per le città, il regolamento chiede di fermare entro il 2030 la perdita netta di verde urbano e copertura arborea a livello nazionale rispetto al 2024, per poi aumentarne la presenza.
Avere un obiettivo, però, è soltanto l’inizio: conta anche come scegliamo di raggiungerlo. Nella bozza italiana inviata alla Commissione europea sono state cancellate 15 delle 23 misure elaborate dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e rivolte a tutti i Comuni. Tra queste c’erano il registro delle aree verdi perdute, gli interventi per limitare il consumo di suolo e la richiesta di compensare la scomparsa di uno spazio verde nello stesso Comune. Anche alcune delle misure rimaste hanno perso forza, passando da indicazioni obbligatorie a raccomandazioni.
Dietro queste scelte ci sono questioni molto concrete. Sapere quanto verde scompare permette di capire dove intervenire; inserire il ripristino nei piani urbanistici significa tenerne conto quando si decide come trasformare un territorio; compensare la perdita di un’area verde nello stesso Comune significa recuperare natura nel territorio che ha subito quella perdita, senza spostare l’intervento altrove.
Rendere una superficie permeabile permette all’acqua di attraversarla; ricostituire un suolo capace di ospitare vegetazione richiede di considerare anche la sua qualità e le sue funzioni ecologiche. Il recupero di un ambiente riguarda ciò che quel luogo potrà tornare a fare, oltre al suo aspetto. Per questo servono strumenti capaci di accompagnare il lavoro delle amministrazioni: formazione per gli uffici tecnici, risorse, responsabilità definite e dati accessibili con cui seguire i risultati.
Prendersi cura della natura richiede tempo ma le decisioni che le danno spazio si prendono oggi. Il Piano italiano è ancora una bozza, sulla quale la Commissione europea può formulare osservazioni e raccomandazioni; è quindi un passaggio nel quale rafforzare il rapporto tra gli impegni e gli strumenti per attuarli.
Davanti alle leggi che proteggono la natura anche nelle nostre città dovremmo chiederci quale spazio vogliamo lasciare alla natura nei territori che abitiamo. La risposta passa dai terreni che scegliamo di recuperare, dal verde che decidiamo di custodire e dalla cura che siamo disposti a garantire nel tempo, è lì che un piano può diventare un cambiamento visibile, un luogo alla volta.
Andrea Grieco